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La firma sonora di Brian May (e quella mezz'ora agli Sphere Studios)


Era il 2004 e mi trovavo nella lounge degli Sphere Studios di Londra con la mia chitarra Burns in braccio.


Una Brian May nera, non vinaccia come l'originale.


Quando Brian May è entrato e ha visto quello strumento, si è seduto accanto a me. 


Abbiamo chiacchierato, poi ha preso la chitarra e ci ha improvvisato sopra quel suo tipico blues britannico, usando il plettro che è in realtà una monetina da Six Pence.


Tre quarti d'ora. Poi mi ha firmato la chitarra e mi ha regalato il plettro.


Quella chitarra oggi è custodita gelosamente nel mio studio a Taranto.


Ma questo articolo non parla solo di quell'incontro.


Parla di cosa significa costruire un'identità sonora così forte da essere riconoscibile tra mille. E di cosa possiamo imparare da Brian May quando lavoriamo con artisti che vogliono lasciare un segno, non solo riempire uno spazio.


Il suono come identità


Cosa rende Brian May immediatamente riconoscibile


Basta una nota.

Non serve aspettare il ritornello, non serve vedere il video, non serve leggere i credits. 

Quando senti Brian May, lo sai.


Ma da dove viene quella riconoscibilità immediata?


Prima di tutto dal suo strumento: la Red Special, una chitarra completamente diversa da qualsiasi altra in commercio. 


Costruita da lui e suo padre negli anni '60, con materiali che andavano dal legno recuperato a molle di bicicletta usate come tremolo.


Poi c'è il suo particolarissimo gusto sonoro, che nasce da un mix fisico tra il modo in cui le sue dita si muovono sulla tastiera e l'accoppiata amplificatore-chitarra.


L'amplificatore che ha sempre usato è un VOX AC30 Top Boost spinto al massimo del volume.


Niente effetti esotici. Niente pedaliere complicate.


Solo chitarra, amplificatore, dita. E un approccio che non ha mai cambiato.


Questa coerenza non è conservatorismo. È strategia.


La scelta della coerenza


Brian May ha fatto una scelta precisa fin dall'inizio della sua carriera: usare sempre gli stessi strumenti e sviluppare su quelli un suono personale.


Non ha inseguito le mode. Non ha cambiato setup a ogni disco. Non ha ceduto alla tentazione di sperimentare con attrezzature diverse solo perché "tutti le usano".


Ha preso la sua Red Special e il suo VOX AC30 e ci ha costruito sopra un'identità che dura da cinquant'anni.


Dal punto di vista di un produttore, sono state le scelte sonore più intelligenti che potesse fare.


Perché quando scegli uno strumento e ci lavori fino a conoscerlo in ogni sfumatura, fino a farlo diventare un'estensione del tuo corpo e della tua mente, sviluppi un linguaggio che è solo tuo.


Keep Yourself Alive: modernità nel 1973


Se dovessi indicare un brano dove il lavoro di chitarra di Brian May è particolarmente brillante dal punto di vista della produzione, direi "Keep Yourself Alive".

Il primo brano dei Queen. Pubblicato nel 1973.


Ascoltalo oggi e ti sembra assurdo che sia stato suonato e pensato chitarristicamente in quel modo mezzo secolo fa.


Incredibilmente originale. Incredibilmente moderno.


Quel brano contiene già tutto quello che Brian May sarebbe diventato: gli armonici, le sovraincisioni orchestrali di chitarre, quel suono che occupa tutto lo spazio sonoro senza soffocare nulla.


È musica che serve il brano, che costruisce l'identità dei Queen, che racconta qualcosa.


E questa, per me, è la differenza tra un chitarrista bravo e un chitarrista che lascia il segno.


Lezioni per la produzione contemporanea


Il problema dell'anonimato


Oggi c'è un'overpresenza di band e artisti che propongono la loro musica.


Ma il 90% non è riconoscibile.


Perché dietro non c'è alcuna ricerca sonora.


Ascolti un brano e potrebbe essere di chiunque. Passa senza lasciare traccia, senza creare connessione, senza generare quella scintilla che fa dire "questo è lui, lo riconosco".


La ricerca in tutti i sensi è alla base di qualsiasi lavoro artistico, compreso quello musicale.

Senza ricerca c'è solo omologazione. E nell'omologazione sparisci.


Brian May questo lo sapeva cinquant'anni fa. E continua a saperlo oggi.


Cosa può imparare un artista contemporaneo


Un chitarrista contemporaneo può imparare da May che il suono personale si trova attraverso lo sviluppo del proprio orecchio e del proprio stile, prescindendo quasi completamente dall'accademia.


Non sto dicendo che studiare non serve. Sto dicendo che studiare non basta.


Puoi conoscere tutte le scale, tutte le tecniche, tutti i trucchi del mestiere. 


Ma se non sviluppi un'identità tua, se non cerchi il tuo suono con la stessa ossessione con cui Brian May ha sviluppato il suo, resterai sempre uno dei tanti.


Il suono lo si ha nella testa prima ancora di tirarlo fuori con le mani. E la stessa cosa vale per la musica.


Il ruolo del produttore


Nel mondo della produzione musicale, avere una firma sonora riconoscibile come quella di Brian May conta molto.


Altrimenti rischi l'anonimato.


Come produttore, il mio lavoro è facilitare questa ricerca negli artisti con cui collaboro.


Se dovessi produrre un artista che vuole costruirsi un'identità sonora forte e duratura, gli direi semplicemente di dimenticare qualsiasi cosa abbia studiato e di approcciarsi alla ricerca sonora con il proprio bagaglio mentale.


Esattamente come ha fatto May.


Non si tratta di copiare. Si tratta di capire il metodo: scegliere gli strumenti che ti rappresentano, lavorarci sopra fino a farli diventare parte di te, sviluppare un linguaggio che sia riconoscibile.


E questa è la transizione naturale che mi porta a raccontare cosa è successo nel 2004, quando mi sono trovato faccia a faccia con uno degli esempi più chiari di cosa significhi avere una personalità sonora definita.


Sphere Studios, 2004


Il contesto


Il giorno prima avevo scoperto che sul divano della regia 2, dove stavo mixando, era stata appoggiata una grossa pila di nastri da due pollici.


Sulle etichette c'erano i titoli di tutti i brani dei Queen.


Erano i nastri originali delle registrazioni dei dischi dei Queen, che qualcuno aveva lasciato lì perché dovevano essere digitalizzati.


Poi lo studio manager mi disse che Brian May era in regia 3 a controllare il processo di digitalizzazione.


Non mi aspettavo di incontrarlo per caso, ma sapevo che sarebbe stato lì.


L'incontro


Ero nella lounge ad attenderlo con la mia Burns Brian May in braccio.


Una chitarra nera. L'avevo in studio perché suonavo spesso sulle produzioni che facevo, quindi tenevo sempre un paio di miei strumenti lì.


All'epoca la Burns era l'unica marca a fare un modello sulle specifiche di Brian May.

Quando mi ha visto con quella chitarra, si è seduto accanto a me e abbiamo iniziato a chiacchierare.


Ovviamente poi si è fatto un giro sulla chitarra.


Ci ha improvvisato sopra un po' del suo tipico blues britannico, usando il suo famoso plettro che è in realtà una monetina da Six Pence.


Quella monetina poi me l'ha regalata. E la conservo ancora.


Saremo stati a chiacchierare e suonare per tre quarti d'ora.


È strano da dire, ma Brian May è una persona incredibilmente umana e alla mano.


Eravamo entrambi in un ambiente professionale e in quel frangente eravamo colleghi.


Prima di andarsene, gli ho chiesto se gli facesse piacere firmare la chitarra. Ha accettato senza alcun problema.


Avrei dovuto immortalare il momento in foto, ma non facevo mai foto in studio perché mi sembrava invadente.


Quella chitarra oggi è custodita gelosamente nel mio studio a Taranto.


Il simbolo


Brian May rappresenta per me uno dei chitarristi più riconoscibili di sempre.


È un enorme esempio di personalità a cui tendere.


Ma quella mezz'ora mi ha insegnato qualcosa che va oltre la tecnica o il sound.


Mi sono trovato davanti a un essere umano splendido per gentilezza e professionalità. Cosa rara.


E ho capito che la grandezza artistica e l'umanità non sono in contraddizione. Anzi, spesso vanno insieme.


Perché la musica vera, quella che resta, nasce dalle persone. E le persone si riconoscono quando sono autentiche.


La ricerca continua


Quella firma sulla mia chitarra è un promemoria quotidiano.


Non di quel momento in sé, ma di cosa rappresenta Brian May nel panorama musicale: la prova che la ricerca del suono personale è possibile, necessaria, e che dà risultati che durano decenni.


Quando lavoro con un artista, la domanda che mi faccio sempre è: questo progetto avrà un'identità riconoscibile? Stiamo costruendo qualcosa che può restare o stiamo solo riempiendo uno spazio?


Perché l'industria musicale è piena di spazi riempiti. Ma quello che manca davvero sono le identità.


Brian May questo lo sapeva nel 1973.


E continua a dimostrarlo ogni volta che suona una nota.

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